Il Dolcetto nell’Ovadese, breve storia di vocazione e vicissitudini
Dal XIX secolo ai giorni nostri, un'uva simbolo del territorio
OVADA – Per tutto l’Ottocento l’Ovadese era un’area con una economia ancora ampiamente fondata dall’agricoltura – nella seconda metà dell’Ottocento la popolazione attiva nel settore primario superava ampiamente il 75% e raggiungeva ancora il 65% alla vigilia della seconda guerra mondiale – con una struttura fondiara basata sulla piccola proprietà, ma con una consistente presenza di mezzadria – e all’interno del settore primario in particolar modo sulla viticoltura e su un vitigno, il Dolcetto.
Parallelamente, stava lentamente avvenendo una prima lenta modernizzazione industriale, basata sull’attività serica (Setificio Salvi) e cotoniera (Cotonificio Sciaccaluga e Oliva, 1888; Cotonificio Brizzolesi, 1903), via via affiancata da altre piccole aziende (Pietro Duina, vini e liquori; Santino Ottonello, torchi per vinacce; Mobilificio Scorza) e ad una serie e di piccole imprese e di artigianato minuto. Nel lungo periodo, fondamentali per l’economia ovadese si erano rivelate le vie di comunicazione: la sistemazione della strada del Turchino, finalmente percorribile anche ai carri (1870), la tramvia Ovada-Novi Ligure (1881), la ferrovia Genova-Ovada-Acqui Terme-Nizza Monferrato (1894), la ferrovia Ovada-Alessandria (1907), che avevano favorito le comunicazioni con la Liguria e il Nord Italia.
La viticoltura non solo era la principale fonte di reddito, ma stava connotando una intera area, sino a darle una identità precisa, tanto che si potrebbe utilizzare a proposito della vite l’espressione che Fernand Braudel usa per il grano, il riso e il mais e cioè quella di “piante di civiltà”, piante che “hanno organizzato la vita materiale e talvolta psichica degli uomini, a grande profondità, fino a diventare strutture quasi irreversibili”. E che per l’Ovadese l’importanza della viticoltura fosse andata oltre i rapporti economici e sociali ne sono testimonianza i riscontri sempre più frequenti sulla stampa locale, le Feste Vendemmiali organizzate nel 1932-1934, le bellissime poesie composte da Colombo Gajone proprio in occasione delle Feste Vendemmiali del 1933.
Ruolo di primo piano
La crescita della viticoltura nell’Ovadese era un processo comune alla collina non solo della provincia di Alessandria ma dell’intero Piemonte, favorita dalla forte crescita demografica – e nell’Ovadese tra il 1806 e il 1901 gli abitanti erano passati da 21.700 a 42.220 – e da un trend dei prezzi dell’uva e del vino in lenta crescita nel medio-lungo periodo.
Già nel 1845 scriveva il Casalis nel suo Dizionario a proposito dell’agricoltura e della viticoltura ovadese: “Le campagne coltivabili dell’Ovadese territorio presentano molti vigneti (…). Il principale dei prodotti è quello delle uve: i vini che si fanno con la richiesta diligenza, e si lasciano alquanto invecchiare, pareggiano i vini squisiti e generosi della Francia (…). La quantità di vino, che si fa colle uve del territorio, ed eziandio con quelle che s’importano dai comuni limitrofi, ascende annualmente, per approssimazione, ad ottantamila barili; da 25 a 30 mila si mandano al litorale; il rimanente, dedotta la quantità che viene consumata in paese, viene trasportata in Lombardia”.
Qualche anno dopo, nel 1879-1883, una statistica – probabilmente compilata dalla Prefettura di Alessandria – registrava per l’Ovadese una superficie vitata di 10.641 ettari, tutta “promiscua”, con una produzione superiore ai 189.000 ettolitri di vino.
D’altra parte, i riconoscimenti per i vini dell’Ovadese non erano mancati. Per esempio, nel 1864 un annuario della provincia di Alessandria segnalava che tra “i vini (…) reputati tra i migliori del Piemonte (…) [vi erano] nel circondario di Novi quelli dei Mandamenti di Capriata, Castelletto d’Orba, ed Ovada, e in quel d’Acqui gli stupendi moscati di Strevi e i vini di Roccagrimalda”; parimenti, nel 1883, Francesco Meardi, il relatore dell’Inchiesta Agraria Jacini per il Piemonte ricordava che “… si vedono poi prosperare floridi vigneti sulle colline dei mandamenti di Capriata, Castelletto d’Orba, Ovada e Gavi…”.
L’importanza assunta dalla coltivazione della vite nell’agricoltura e, di conseguenza, nell’intera economia dell’Ovadese, era testimoniata dall’iniziativa presa dal Consiglio Comunale di Ovada nel 1896 per l’apertura di un mercato delle uve. E l’apertura del mercato fu deliberata proprio il 30 maggio 1896, venne destinata Piazza XX Settembre e poco dopo fu approvato un regolamento; tuttavia il mercato ebbe vita breve, almeno a livello ufficiale, poiché la mercuriale delle uve si pubblicò solo sino al 1899; da quella data si continuò a commercializzare uva in Ovada, ma si fece principale riferimento alla mercuriale di Acqui.
Quasi solo Dolcetto
Nel 1908 G. B. Rossi, nella sua Guida di Ovada e dell’Ovadese, annotava: “Il territorio ovadese produce vini eccellenti. La coltura intensiva della vite, che a poco poco si è introdotta e generalizzata, ha quasi completamente bandito ogni altro prodotto e portata la produzione vinicola ad un limite elevatissimo. Si calcola, infatti, che il territorio del comune di Ovada dia annualmente quasi centomila ettolitri di vino”.
Tutte queste caratteristiche peculiari erano ben fotografate nella Guida vitivinicola della provincia di Alessandria pubblicata nel 1911. Su una superficie territoriale di 25.587 ettari (il riferimento è sempre ai sedici Comuni dell’Ovadese di oggi), la superficie vitata si estendeva per ben 13.400 ettari, sia pure in gran parte a coltivazione “promiscua”, con una produzione complessiva di circa 470.000 ettolitri di vino.
Un evento di lungo periodo che modificò in profondità la viticoltura dell’Ovadese fu l’invasione fillosserica. L’invasione fillosserica e la ricostituzione viticola ebbero diverse conseguenze sulla viticoltura ovadese: nel 1923-1929 la superficie vitata si era ridotta a 8.651 ettari, dei quali, però, ben 7.442 erano ormai a superficie “specializzata” e solo il resto a superficie “promiscua” (e la questione non era di poco conto in quanto un ettaro di coltivazione promiscua arrivava a 1.500 viti, di fronte alle 3.500 viti di un ettaro a coltivazione specializzata), ma comportò anche avvio di un primo consistente esodo dalle campagne, tanto che tra il 1901 e il 1936 l’Ovadese vide scendere i propri abitanti da 42.220 a 34.643.
Un vitigno particolare
Sotto un profilo ampelografico, Ovada e l’Ovadese si stavano rapidamente caratterizzando come un’area produttrice quasi esclusivamente di Dolcetto, un tipo di vitigno che, sebbene delicato, maturava precocemente e bene si adattava quindi anche alle più alte colline dell’Ovadese e dal quale si ricavava un vino dalla moderata acidità totale e dall’altrettanto moderata gradazione alcolica, caratteristiche queste, che lo rendevano vino da pasto particolarmente ricercato.
La diffusione del Dolcetto era avvenuta nella prima metà dell’Ottocento in quasi tutti i colli delle Langhe e del Monferrato (e, pertanto, era conosciuto dai Genovesi come Uva del Monferrato), estendendosi nella fascia da Mondovì ad Acqui e a Novi, ma aveva trovato terra d’elezione proprio nell’Ovadese, ben adattandosi ai terreni e al clima di questa zona e, pur con alcune difficoltà di denominazione – in alcune zone prendeva il nome di nebiolo, mentre nel Lombardo-Veneto era conosciuto come Uva di Ovada e Uva di Roccagrimalda – era presto assunto ad una certa notorietà. Scriveva il Gallesio già nel 1817 nella sua celeberrima Pomona Italiana: “I [dolcetti] più stimati sono quelli di Ovada e dei suoi dintorni, cioè a dire, di tutte le colline che formano il piede dei contrafforti settentrionali dell’Appennino di Novi sino a Nizza della Paglia, e anche sino ai colli del territorio di Alba. (…). In Ovada specialmente se ne fanno i depositi e le scelte, e di là si spedisce in Genova e nel Milanese; ivi risiedono gli speculatori in questo genere, e perciò vi si trovano le migliori qualità e le più salvative. Pare che il clima di queste colline sia il più appropriato alla matura di quest’uva, mentre essa vi matura perfettamente senza che cadano gli acini, come avviene nei paesi meridionali, e vi acquista un grado di perfezione a cui non giunge in nessun altro luogo”.
La storia continua
Mezzo secolo dopo, nel 1875, Demaria e Leardi, nella loro Ampelografia della Provincia di Alessandria, confermavano sostanzialmente tale giudizio: “[Il dolcetto] è vitigno proprio e caratteristico dell’alto Monferrato e dei vigneti della regione subappenninica, dai colli del Tortonese fino a quelli del circondario di Mondovì. In essi, eccettuata la parte dell’Acquese, che sta più presso alle Langhe ed all’Astigiano, domina si può dire sovrano, raggiungendo ora il quarto, ora il terzo, ora la metà della coltivazione, ed in alcuni luoghi formandone quasi la totalità. Nella linea dei colli, che dalle regioni circostanti Ovada si protende fin verso Nizza di Monferrato, il suo prodotto raggiunge maggior perfezione e se ne ottengono non solo vini da pasto, ma eziandio fini. (…). Ottienesi vino da pasto, pieno, ricco di colore, abboccato, mediocremente spiritoso, con poca acidità, poco tannino, di pronta maturazione e di tanta durata. La sua prontezza nel maturare è cosa che, se fatto a dovere, riesca bevibile e salutare passati solo 15 giorni dalla fermentazione. Le sue proprietà sono rialzate nei colli che sono a tale vitigno più favorevoli, quali i colli di Ovada, Morsasco, Strevi. Ivi ha molto alcool e può fornire vini da intermezzo assai conservabili”.
Alla fine dell’Ottocento, un ulteriore segnale significativo dell’importanza assunta dal Dolcetto nel panorama ampelografico dell’Ovadese era dato dalla già citata apertura del mercato delle uve, tanto che nel 1899 su 181.586 miriagranmmi di uva commercializzati ben 173.853, cioè il 95,7%, erano uva dolcetto.
Numeri importanti
Inoltre, nel 1911, Vincenzo Boggio, direttore della Cattedra Ambulante di Agricoltura di Novi Ligure scriveva proprio nella Guida vitivinicola già citata a proposito del dolcetto: “Il Dolcetto occupa, per estensione, il primo posto, specialmente nell’Ovadese, dove entra per i buoni 9/10 della produzione vitivinicola complessiva. Io non so quale sia migliore dei due: se il Dolcetto classico e tanto rinomato di Dogliani nelle Langhe, o il Dolcetto nostro di Ovada, Tagliolo, Mornese, Montaldo, Belforte, Castelletto ecc., voglio dire di Lerma e Capriata specialmente, dove esso, ai caratteri e ai pregi del Dolcetto di Dogliani, aggiunge una certa vera e propria fragranza piacevolissima, e, a fianco della più delicata morbidezza, una vigoria e una forza che sorpassa quella dello stesso Barbera burbero e benefico. A Lerma i dolcetti di 13, 13 ½ gradi di alcool non sono tanto rari e la media gradazione alcolica non è mai inferiore al 12%. Se i nostri bravi viticoltori dell’Alto Monferrato aguzzassero un po’ più il loro ingegno e la loro accortezza come cantinieri, e se si organizzassero cooperativamente, non si sentirebbero soltanto portare alle stelle i Dolcetti dell’Albese e del Monregalese !”.
Infine, l’invasione fillosserica e la conseguente ricostruzione viticola comportarono anche una leggera modificazione ampelografica, con l’estensione della coltivazione del Cortese e con l’inizio della presenza, sia pure in maniera decisamente marginale, del Barbera; il Dolcetto rimaneva pertanto il vitigno maggiormente coltivato nella zona. A tal proposito scriveva nel 1934 G. Picchio in una relazione sulla viticoltura nell’Ovadese: “Nell’Ovadese propriamente detto, troviamo molti vigneti e pochi vitigni, anzi pochissimi. Questo fatto, che entra nel quadro di una razionale viticoltura, porta con sé che l’Ovadese produce vini che hanno tra di loro tanti caratteri comuni. Una massa vinicola pressoché uniforme. Il vitigno più largamente coltivato, che dà la fisionomia viticola della regione e che la rende rinomata per i suoi prodotti è il ‘Dolcetto’. Prima dell’invasione fillosserica e conseguente ricostituzione, il dolcetto rappresentava quasi il cento per cento dei vitigni neri coltivati. (…). Colla ricostruzione si è infiltrato un poco di Barbera ma presto i viticoltori evadesi si sono accorti di aver commesso un errore grave, ed ora stanno ravvedendosene. E’ stata l’ingordigia di avere maggiori quantità di prodotto e di avere a che fare con un vitigno meno delicato del dolcetto. Il dolcetto dell’Ovadese è lo stesso vitigno che si coltiva in altre zone della Provincia e del Piemonte: nell’Acquese, nei Circondari di Alba e nel Monregalese. I viticoltori sanno che del dolcetto esistono diverse varietà. La più pregiata è quella che, verso la maturazione, presenta il gruppo e i peduncoletti portanti l’acino, di un colore rosso bruno. (…). I vini dell’Ovadese che si ottengono da questi dolcetti, sono classici e caratteristici. E, come il prodotto varia da zone anche limitrofe, così pure i vini del’Ovadese hanno un tutto speciale a loro che li individua e li caratterizza”.
Ma la storia continua
Nel secondo dopoguerra cambiano completamente le coordinate macroeconomiche e la viticoltura della collina ovadese vive un lungo periodo articolato e complesso, con un impatto notevole sulla viticoltura del Piemonte. Anche nell’Ovadese la superficie vitata tra il 1929 e il 1970 scende da 8.646 a 5.896 ettari, e il fenomeno cooperativo, pure presente, riesce a risolvere solo in parte i problemi di commercializzazione e vinificazione.
Il punto di svolta nel segno della qualità è dato dal riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata per il Dolcetto di Ovada, allargata anche ad altri Comuni oltre ai sedici considerati, avvenuta con D.P.R. 1 settembre 1972, in seguito alla L. 930/1963 promossa da Paolo Desana. Per il Dolcetto, come per la viticoltura della zona (nel 1970 l’Ovadese era stato interessato, sia pure marginalmente, dal riconoscimento della DOC alla Barbera del Monferrato), inizia un’altra storia, non ancora conclusa e in gran parte da raccontare.