Alessandria: le ansie, mie e di mia figlia, per l’esame di maturità
La maturità non è il momento in cui loro diventano grandi, è il momento in cui tu accetti che lo siano diventati già da un po’
ALESSANDRIA – La sveglia suona alle 6:30. Lei è già in piedi dalle 5:17, ripassa dallo smartphone in un angolo della casa. Non perché sia ansiosa, ma perché è una maturanda, una creatura che ha smesso di dormire e ha iniziato a vivere in una dimensione parallela fatta di scenari ipotetici e respiri trattenuti.
Preparo il caffè come se stessi preparando il terreno a un intervento chirurgico.
I giorni degli scritti sono già passati fra attese e commenti minimalisti (“bene”, “così così”, “vediamo”). Io nel frattempo faccio quello che fanno tutte: mi trattengo. Non invado. Non commento troppo. Non chiedo troppo.
Fingo una compostezza che non mi appartiene. Fino all’orale.
“Non entrare”. Ma entro
L’orale è un’altra cosa. L’orale è teatro. Corpo. Voce. Sguardo. L’orale è il punto in cui smetti definitivamente di poter fingere che sia solo ‘una prova’.
“Non entrare – mi aveva detto all’inizio con quella fermezza tipica dei figli quando decidono di diventare grandi tutto in una volta – non voglio che nessuno venga ad ascoltarmi”.
Io annuisco. Certo. Figurati, con quel filo di amore ingestibile che non sai mai dove mettere.
Poi, all’ultimo: “Se vuoi… entra”. Se vuoi. Come se fosse una cosa semplice, come se io potessi non volerlo.
Basta uno sguardo
Entro e mi porto dietro tutto: la bambina che leggeva ad alta voce sbagliando le doppie, la ragazzina che piangeva per un voto ‘ingiusto’, le notti in cui studiava, le porte chiuse, le litigate per ‘non ho voglia’, la sua infanzia che ancora ogni tanto riaffiora nei gesti. Mi siedo e cerco di sembrare invisibile. Non disturbare. Non interferire. Parla e io la guardo come non l’ho mai guardata. Per un istante la riconosco: è quella bambina lì, travestita da grande.
La ascolto rispondere. La vedo fermarsi mezzo secondo. Riprendere. Argomentare. In quel mezzo secondo di esitazione, faccio quello che ogni madre fa, anche senza muoversi: la sostengo da dentro. Le dico (senza dirlo): ce la fai, ci sei, sei più pronta di quello che pensi.
Come se esistesse ancora quel filo invisibile che ti permette, per un attimo, di prestare sicurezza a chi ami.
Poi finisce e basta uno sguardo.
È andata.
Siamo diverse noi
Fuori, la luce è diversa o, forse, siamo diverse noi.
Lei esce con quell’aria tra lo stremato e il luminoso, io con il cuore che finalmente rilascia tutto quello che aveva trattenuto.
Nel mezzo della strada volano le bollicine del vino ghiacciato, inondiamo tutti: gli amici urlanti, le altre mamme in attesa, anche un passante che la prende male.
Ridiamo.
Mentre la guardo – bagnata di vino, spettinata e felice – capisco una cosa che nessuno ti spiega mai: la maturità non è il momento in cui loro diventano grandi, è il momento in cui tu accetti che lo siano diventati già da un po’.