Dino Meneghin, il mito del basket celebra Ovada e il Monferrato
Edoardo Schettino  
2 Giugno 2026
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07:56 Logo Newsguard
Il personaggio

Dino Meneghin, il mito del basket celebra Ovada e il Monferrato

In città con l'Enoteca e "Mercoledì è sport"

OVADA – «Ovada? Ci sono venuto spesso in passato anche per via di alcuni parenti. Di recente un po’ meno. Ma sono innamorato di tutto il Monferrato. I paesaggi che offre sono incredibili». Dino Meneghin, il mito della pallacanestro italiana, ha trascorso un pomeriggio in Enoteca Regionale per raccontarsi come sportivo e nella inedita veste di produttore di uve nell’Astigiano. Nell’occasione, fornita dalla rassegna “Mercoledì è sport” organizzata in collaborazione con la nostra testata, l’ex campione di Varese e Milano è stato premiato dall’amministrazione comunale. «A Dino Meneghin – si legge nella targa consegnata da Mario Esposito, vice sindaco di Ovada, e Sabrina Caneva, assessore alla Cultura – leggenda del basket, testimone di impegno, passione e lealtà». «Un grande onore – lo ha accolto Mario Arosio, presidente dell’Enoteca – avere Meneghin qui con noi».

L’ex pivot della nazionale ha condiviso con i tifosi e tanti giovani giocatori del vivaio della squadra cittadina i ricordi di 28 anni in Serie A costellati di un numero infinito di trofei. «Varese e Milano hanno rappresentato il top nelle loro epoche perché avevano persone molto competenti tra dirigenza e panchina. Io ho avuto la fortuna di crescere in un ambiente che ti portava a fare il massimo. I miei primi concorrenti erano i compagni di squadra con i quali ci contendevamo i minuti in campo». Parole di grande affetto e riconoscenza per Nico Messina, il primo a notarlo per la sua altezza, mentre a 13 anni assisteva a una partita di suoi coetanei. «All’epoca – ha raccontato – facevo lancio del peso ma non mi divertivo. Il professore mi ha consentito di iniziare un’attività molto più coinvolgente. Abbiamo vinto il primo scudetto. Con lui gli allenamenti erano molto duri ma anche divertenti».

Le lasagne di Mc Adoo

Il passaggio successivo nella parabola cestistica di Dino Meneghin fu con Aza Nikolic che portò in Italia il rigore tipico della Jugoslavia. «Gli allenamenti non finivano mai. Qualche volta ci chiedeva se eravamo stanchi. A chi rispondeva che lo era ribatteva che voleva dire che doveva allenarsi ancora di più». Bob Morse e Manuel Raga i due campioni stranieri inimitabili che contribuirono a un’epopea incredibile fatta di dieci finali consecutive di Coppa dei Campioni.

Il passaggio a Milano, con la maglia dell’Olimpia, ha rappresentato uno spartiacque. «All’inizio non fu facile. I tifosi di Varese iniziarono a contestarmi, quelli di Milano ancora non mi apprezzavano. Ma fu la scelta giusta. la società voleva ricostruire dopo anni difficili e lo fece creando un gruppo straordinario». La spinta decisiva fu impressa da coach Dan Peterson. «Mi spiegò che dovevo puntare alle Olimpiadi del 1984 e a me sembrava impensabile. All’epoca dopo i trent’anni eri considerato vecchio. Oggi non è più così. Basta guardare cosa fa Lebron James che nella Nba oltre i 40 anni gioca sempre ad un livello altissimo». Nel 1987 arrivò lo storico grande slam nella stagione in cui l’Olimpia riportò la Coppa dei Campioni a Milano dopo 21 anni. «La guida in campo era Mike D’Antoni. Giocava ma era già allenatore. A volte cambiava le chiamate dei giochi chiesti da Peterson durante i timeout e spesso aveva ragione. Bob Mc Adoo era un giocatore straordinario. Feci l’errore di fargli assaggiare le lasagne preparate da alcuni amici proprietari di una gastronomia. Iniziò a chiedermele tutti i giorni Gli dissi che non ero un cameriere».

Capitolo azzurro

Meneghin ha raggiunto successi straordinari anche in nazionale. «Con i compagni erano sfide infuocate nelle rispettive squadre. Ma appena arrivavamo in azzurro era facile diventare un gruppo». Il picco la medaglia d’oro del 1983 agli Europei di Nantes. «Un gruppo straordinario guidato da un grande allenatore come Sandro Gamba». Meneghin ha parlato anche direttamente ai più giovani. «Dovete ascoltare sempre gli allenatori che sono li per aiutarvi a migliorare. E chiedervi in ogni occasione cosa potete fare per la squadra».

Durante la sua visita ovadese l’ex campione azzurro non ha nascosto il suo amore per l’enogastronomia del Monferrato. «Mi piacciono soprattutto i vini rossi – ha spiegato – Il Dolcetto è sicuramente tra quelli che apprezzo di più. L’acqua va bene per dissetarsi». Da tempo l’ex campione è tra i testimonial del lavoro portato avanti dal ristoratore Franco Novelli con l’associazione Tartufo Bianco Pregiato dell’Alto Monferrato. «Fare squadra – ha concluso Meneghin – è importante. L’associazione in questi anni si è ingrandita grazie alla presenza di più comuni. Andare tutti nella stessa direzione è fondamentale». Il campione e l’Enoteca si sono salutati con un arrivederci, magari proprio in autunno periodo d’oro per il tartufo.

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