Martina Alpa: un aiuto all’Ecuador colpito dal sisma
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Redazione - redazione@ovadaonline.net  
22 Ottobre 2017
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Martina Alpa: un aiuto all’Ecuador colpito dal sisma

La giovane psicologa ovadese è al lavoro a Esmeraldas, sulla costa del Pacifico, una delle più colpite dal terremoto del 2016. "Come dar loro una mano? Spogliarsi del concetto europeo di essere salvatori del mondo"

La giovane psicologa ovadese è al lavoro a Esmeraldas, sulla costa del Pacifico, una delle più colpite dal terremoto del 2016. "Come dar loro una mano? Spogliarsi del concetto europeo di essere salvatori del mondo"

OVADA – Il 16 aprile 2016, alle 18:58 locali, un terribile terremoto di 7.8 di m magnitudo, sconvolse Esmeraldas, città dell’Ecuador situata nella medesima provincia, affacciata sull’Oceano Pacifico. L’area, già prima, era considerata tra le più emarginate del paese. La crisi economica ha divorato lo sviluppo portato dall’imponente raffineria della zona, le persone vivono della pesca e dei proventi dell’agricoltura, anch’essa in difficoltà. La corruzione ha fatto sparire gli ingenti investimenti per infrastrutture varati negli anni passati. In questo contesto, dal luglio 2016 vive e lavora Martina Alpa, ovadese di 29 anni. “Operiamo – racconta – su tre ambiti: sistema idrico e buone pratiche di igiene, riduzione del rischio in caso di calamità e protezione dei diritti dell’infanzia”. Il progetto è stato avviato da RET (Resilience Through Education), in collaborazione con Unicef Ecuador. “Le aree più colpite dal sisma – prosegue – solo ora cominciano a vivere, a un anno e mezzo dal disastro, una prima fase di ripresa, in particolare grazie all’aiuto di organizzazioni non governative, del paese e straniere, che sono intervenute soprattutto nella prima fase di emergenza”.

Se pure colpite da un disastro le popolazioni devono sempre poter portare avanti la loro vita. “Io mi occupo di educazione. In sintesi: i bambini e la bambine devono poter frequentare con continuità la scuola e gli spazi dedicati alla ricreazione. C’è poi la prevenzione di qualsiasi tipo di violenza. Per fortuna queste comunità hanno una grande capacità di “burlarsi” delle disgrazie e di rinnovarsi”.  Un viaggio in Messico, un’avventura “on the road” con la migliore amica dopo gli studi di Psicologia a Torino è la scintilla dell’amore per il sud America. “Sono terre magnifiche, affascinanti, terribilmente vere. Durante il viaggio sentivo che ci sarei comunque tornata assieme all’esigenza di capire come funziona la mente umana in contesti differenti al mio, quali sono le molteplici forme di interpretare la sofferenza, la salute e la cura nel mondo. E da lì sono partita, dando sfogo alla mia irrequietezza”. Oggi la vita è scandita da ore in ufficio alla ricerca dei finanziamenti per portare avanti i progetti, incontri con i tecnici coordinatori dei progetti stessi, relazioni strette con la comunità locale.  

“Non serve che qualcuno insegni loro a vivere: già sanno come farlo. Hanno bisogno di essere ascoltati, capiti prima di essere giudicati. Nel corso di uno degli incontri che ho fatto nelle comunità che abbiamo visitato in questi 18 mesi di permanenza, con i miei colleghi abbiamo creato una dinamica di gruppo di benvenuto, un piccolo gioco in cui ci si mette in cerchio e creare un dialogo con il compagno posizionato al proprio fianco con frasi prive di un significato particolare. In poco tempo anziani, uomini, donne e bambini ridevano, sino alle lacrime, liberando quelle energie positive in un momento in cui ce n’era estremo bisogno. I problemi sono grandi e piccoli in tutto il mondo. Per l’idiosincrasia caratteriale ecuadoriana non è possibile arrabbiarsi per più di qualche minuto per la maggior parte dei problemi quotidiani. Burlarsi della vita e non dare eccessivo peso alle difficoltà é una forma di protezione”. E così vien meno la prospettiva Europea di salvare il mondo.

 

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