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Sapsa Bedding: corsa al capolinea
Nell'incontro di ieri in Prefettura si è consumato il destino dell'azienda del lattice della Caraffa. I sindacati: "Il fallimento non è più evitabile. La dichiarazione arriverà la prossima settimana"
Nell'incontro di ieri in Prefettura si è consumato il destino dell'azienda del lattice della Caraffa. I sindacati: "Il fallimento non è più evitabile. La dichiarazione arriverà la prossima settimana"
SILVANO D’ORBA – Sembra al capolinea la corsa della Sapsa Bedding, stabilimento produttivo del lattice di località Caraffa a Silvano d’Orba che da più di un anno si dibatte in una pesante crisi generata dalle difficoltà oltralpe della sua vecchia “casa madre” Cauval. A certificare un epilogo per molti scontato negli ultimi mesi l’incontro andato in scena ieri pomeriggio in Prefettura ad Alessandria. “Siamo in un vicolo cieco – hanno spiegato in serata Roberto Marengo, Femca Cisl, Marco Sali, Filctem Cgil, ed Elio Bricola, Uiltec Uil, con le Rsu – Il fallimento non è più evitabile e la procedura di concordato verrà chiusa. La dichiarazione di fallimento, allo stato attuale, potrebbe arrivare già la prossima settimana, dopo il 27. A quel punto scatterà il licenziamento assorbito 12 lavoratori di Sapsa, si è comunque impegnata ad assumerne altri 13, per garantire la continuità”. Ogni tentativo per salvare l’azienda è quindi stato vano. L’ultima speranza è che in sede di asta fallimentare si faccia avanti un imprenditore disposto a tentare il rilancio. Per molti un destino segnato quello di Sapsa dopo che l’impresa era stata esclusa, in quanto ritenuta poco interessante dalla multinazionale che aveva avanzato la sa candidatura per il salvataggio di Cauval. Con la cristi dei transalpini era di fatto venuto meno il principale partner commerciale di Sapsa. A quel punto i sindacati e la Ibb avevano siglato un accordo per salvare almeno la metà degli allora 104 lavoratori: una scommessa da rilanciare sul mercato cinese, rivedere in toto la rete di distribuzione e commerciale, concentramento della produzione su un’unica linea e revisione del marchio. Gli ultimi mesi sono passati tra scioperi, il tentativo dei dipendenti di evitare che i creditori portassero via le macchine dell’azienda e pagamenti a intermittenza delle poche ore lavorate.