Tre arresti in Provincia per infiltrazioni della ‘ndrangheta
Tra i 40 arresti per l'inchiesta Alchemia, condotta Dia di Reggio Calabria e dalla Polizia, ci sono anche tre imprenditori della provincia di Alessandria. Secondo gli inquirenti la malavita, attraverso una serie di società, aveva messo le mani nei subappalti per la realizzazione del Terzo Valico dei Giovi. Il ruolo dei novesi arrestati e la posizione di Cociv [AGGIORNAMENTI]
Tra i 40 arresti per l'inchiesta ?Alchemia?, condotta Dia di Reggio Calabria e dalla Polizia, ci sono anche tre imprenditori della provincia di Alessandria. Secondo gli inquirenti la malavita, attraverso una serie di società, aveva messo le mani nei subappalti per la realizzazione del Terzo Valico dei Giovi. Il ruolo dei novesi arrestati e la posizione di Cociv [AGGIORNAMENTI]
CRONACA – Una rete di aziende e imprenditori che ruotavano attorno alla cosca “Raso-Gullace-Albanese” per aggiudicarsi i subappalti di grandi opere pubbliche, tra cui il terzo Valico dei Giovi, opera da 6 miliardi di euro avviata nel 2011. Sono le risultanze di un’inchiesta avviata dalla direzione antimafia di Reggio Calabria che ha portato ieri mattina, martedì, al fermo di 40 persone e al sequestro di beni per 40 milioni di euro. Tre arresti sono stati eseguiti anche in provincia di Alessandria. Nei guai sono finiti Giampaolo Sutto, genovese domiciliato di fatto a Trisobbio; Marianna Glutteria di Serravalle, formalmente titolare della Euroservizi Srl, impresa operativa nel settore delle pulizie, con sede a Serravalle Scrivia; e Orlando Sofio,di Novi. Sofio formalmente è dipendente della Euroservizi ma viene indicato dagli inquirenti quale “braccio destro e referente per il boss ‘Gullace Carmelo’. Non solo, lo stesso Sofio era per la cosca ‘Rraso-Gullace-Albanese’ il trait d’union con la cosca denominata Parrello-Gagliostro”. Le posizioni di ciascuno di loro sono al vaglio degli inquirenti e le responsabilità ancora da accertare. Nelle pagine dell’inchiesta si parlerebbe di “corruzione” e rapporti con amministratori di alcuni comuni liguri, spese gonfiate, altre irregolarità.
Le accuse nei confronti degli indagati sono, a vario titolo, associazione per delinquere di stampo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione, intestazione fittizia di beni e società.
L’indagine della Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria è partita fra il 2009 e il 2001 ed avrebbero trovato conferma, successivamente, tra il 2012 e il 2013 dal monitoraggio di alcune ditte che operano nel movimento terra nell’area del Savonese. La Squadra Mobile di Genova, in particolare, ha curato il filone dell’inchiesta sugli appalti per i lavori al Terzo Valico ferroviario partendo da alcuni accertamenti su alcune famiglie calabresi trapiantate in Liguria e nel basso Piemonte trovando collegamenti tra gli imprenditori e le famiglie dei clan della malavita.
Al momento le informazioni che arrivano da Reggio Calabria e da Genova sono ancora frammentarie. Tra gli indagati “eccellenti” c’è il vice presidente del Consiglio regionale della Calabria Francesco D’Agostino (eletto nel 2014 con la lista “Oliverio presidente”). Nei confronti di D’Agostino viene ipotizzato il reato di intestazione fittizia di beni, aggravata dall’avere agevolato la ‘ndrangheta. D’Agostino non sarebbe coinvolto però in qualità di politico.
Dalle indagini emerge inoltre come le imprese edili e di movimento terra, riferibili alla cosca “Raso-Gullace-Albanese”, avrebbero acquisito appalti dalla Cooperativa “Coopsette”, attraverso la corruzione di dipendenti che assegnavano le commesse dopo l’approvazione di preventivi appositamente “gonfiati”, in modo da consentire un maggior guadagno alle imprese mafiose e assicurarsi il pagamento di un corrispettivo.
La complessa attività investigativa ha permesso poi di documentare gli stretti rapporti e la sussistenza di interessi economici comuni tra la cosca “Raso-Gullace-Albanese” e quella dei “Parrello-Gagliostro” di Palmi, i cui affiliati gestiscono numerose società attive prevalentemente nel settore dei servizi di igiene ambientale.
E’ stato, infine, eseguito il sequestro preventivo di beni mobili, immobili, depositi bancari di 21 società, la maggior parte delle quali con sedi in Liguria, Piemonte (tra cui quelle alessandrine), Lombardia, Lazio e Calabria, riconducibili alle consorterie mafiose per un valore complessivo stimabile in una quarantina di milioni di euro.
Cociv, il Consorzio di imprese per la realizzazione del Terzo Valico prende le distanze: “Ciò che si registra è solo la presenza di alcuni marginali fornitori di servizi, le cui società sono partecipate, in quota di minoranza, da alcuni dei soggetti sottoposti a custodia cautelare nel procedimento penale riportato dagli organi di stampa”, è la posizione del Consorzio.
Precisa inoltre: “L’enfasi con cui sono state diffuse le comunicazioni relative alle indagini della Procura di Reggio Calabria non può essere in alcun modo posta in relazione alle attività condotte dal consorzio, sempre esperite trasparentemente nel rispetto delle norme, avvalendosi delle attestazioni rilasciate dalle autorità competenti. Tutte le imprese coinvolte nei lavori sono munite di certificazione antimafia e molte fanno parte delle “white list” tenute presso le Prefetture”.
“Il Consorzio – aggiungono – non ha la possibilità di impedire che a valle di un rigoroso controllo antimafia preventivo gestito dallo Stato, che esclude ogni contatto con organizzazioni criminali, ci siano fornitori di servizi minori per contratti di poche decine di migliaia di euro che possano essere indagati o arrestati su ordine della Procura della Repubblica”.
“E’ evidente, in ogni caso, la sproporzione tra l’entità concreta delle partecipazioni degli indagati nei lavori di realizzazione del cosiddetto Terzo Valico che, come visto, è ininfluente, rispetto alla correlazione, ingiustificatamente allarmistica, riportata dagli organi di stampa”.
Ancora, secondo Cociv “La diffusione indiscriminata di queste notizie getta un’ombra ed un inutile allarme sulla realizzazione del cosiddetto. Terzo Valico e sugli appaltatori dei lavori.
Per queste ragioni sarà fatto un esposto alla Consob per verificare se, nella diffusione incontrollata ed enfatica delle notizie, ricorrano i presupposti per l’adozione dei provvedimenti tipici dell’Autorità, ivi compresi gli estremi delle ipotesi di reato previste dal Testo Unico sulla Finanza (quali l’art. 185 del decreto legislativo n. 58 del 1998). Il Consorzio diffida chiunque dal pubblicare notizie false e scorrette, riservandosi di adire tutte le sedi per tutelare la propria reputazione. Nel frattempo le attività del Consorzio procedono regolarmente e non ci sono stati impatti sui lavori.”