L’Italia è in pezzi
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L’Italia è in pezzi

Potrei andare avanti, elencando ancora a lungo, ma vorrei concludere con una domanda che mi faccio da un po’. Quando qualcuno tira fuori il diritto di cittadinanza agli stranieri, vengono avanzati molti distinguo: devono essere nati qui o almeno risiederci da un po’ d’anni, avere un lavoro sicuro, una residenza certa, una buona conoscenza della lingua e della nostra storia. ed essere in regola con il fisco...

Potrei andare avanti, elencando ancora a lungo, ma vorrei concludere con una domanda che mi faccio da un po’. Quando qualcuno tira fuori il diritto di cittadinanza agli stranieri, vengono avanzati molti distinguo: devono essere nati qui o almeno risiederci da un po’ d’anni, avere un lavoro sicuro, una residenza certa, una buona conoscenza della lingua e della nostra storia. ed essere in regola con il fisco...

OPINIONI – Nel 1979, Francesco De Gregori cantava l’Italia così: 

Viva l’Italia presa a tradimento
l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento
l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura
viva l’Italia
l’Italia che non ha paura.

Viva l’Italia
l’Italia che è in mezzo al mare
l’Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare
l’Italia metà giardino e metà galera
viva l’Italia
l’Italia tutta intera.

Ecco. Sono passati più di trent’anni da queste strofe e – mi dispiace sottolinearlo – l’Italia è sempre meno intera e ha sempre più paura. Diciamo pure che il tessuto connettivo di questa nazione sta velocemente disfacendosi sotto i nostri occhi, generando un’ansia e un’angoscia del domani che ha pochi precedenti nella sua storia unitaria. Forse, solo le due guerre mondiali e, per molto Sud, i postumi dell’annessione al Regno di Piemonte.

Colpa della grande crisi, dirà qualcuno, ma i prodromi si vedevano già da prima. Un Paese zeppo di individualismi, intriso di particolarismi, pronto a gettarsi in grembo a mamma come a rifugiarsi nell’abbraccio caldo delle corporazioni e ad osannare il capo di turno è un Paese contradditorio per non dire schizofrenico del tutto. Un Paese che riesce anche a riprendersi dalle botte che riceve, ma non riesce a fare sua la storia, la memoria, la lezione dell’esperienza. Un Paese che non riesce a crearsi percorsi di condivisione, a superare passaggi ineludibili, a fare i conti con la realtà dei fatti. Un Paese di scorciatoie, di baratti, di piccoli grandi favori, di qualche nobile gesto ma di molti, terribili misfatti.

La mondializzazione, allora, con la crisi che ne è seguita, non ha fatto altro che allargare le crepe già evidenti: l’abuso dell’ambiente; il disinteresse per la cultura, per la formazione, per tutto ciò che è bello; la negazione del bene comune, inteso come bene da spogliare e non da conservare al buon uso di tutti; la disperata difesa di un benessere che si pensava acquisito e che ora sfugge; il crollo di molte certezze e l’estremo abbarbicarsi a un sistema di rendite che sembrava l’unico a poter garantire l’equilibrio. E l’immobilismo di sempre.

Difesa vana, direbbe il poeta, perché se queste tare affliggono il “popolo”, non trovano alcun baluardo, alcuna resistenza nella sua classe dirigente, che anzi ne esalta in modo addirittura sfacciato la preminenza. Basta guardare un po’ di televisione: non tiene banco la discussione ragionata, bensì l’alterco. Non si fanno programmi, ma proclami. Non si parla, si urla. Non si ascolta, si interrompe. Non si cercano mediazioni, solo scontri. Basta leggere qualche dato: siamo o non siamo in cima alla lista dei Paesi più corrotti? Siamo o non siamo un Paese di grandi evasori? Siamo o non siamo quelli delle frane, delle costruzioni da scarto, dei rifiuti nocivi interrati ovunque?

Potrei andare avanti, elencando ancora a lungo, ma vorrei concludere con una domanda che mi faccio da un po’. Quando qualcuno tira fuori il diritto di cittadinanza agli stranieri, vengono avanzati molti distinguo: devono essere nati qui o almeno risiederci da un po’ d’anni, avere un lavoro sicuro, una residenza certa, una buona conoscenza della lingua e della nostra storia. ed essere in regola con il fisco.

Ma poniamo i medesimi distinguo per quelli che sono già italiani? Forse sarebbe il caso di pensarci. Una testa un voto è principio indelebile, su cui si sono imbastite le basi della democrazia moderna. Ma siamo sicuri che abbia lo stesso valore anche oggi? Che non si debba guardare dentro a quella testa, per darle la possibilità di esprimere il supremo diritto di cittadinanza? C’è mai qualcuno che ai seggi ha chiesto di vedere la denuncia dei redditi? C’è mai qualcuno che, prima di consegnare la tessera elettorale, ha fatto qualche domanda sulla lingua e sulla storia?

Se è vero che la democrazia è una conquista continua, mettiamo in qualche modo alla prova i nostri diciottenni, ad esempio. E, del caso, rimandiamoli a settembre.

 

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