Saitta: “Questo decreto sulle Province privilegia solo i grandi Comuni”
Consiglio provinciale aperto nel quale sono intervenuti sul "futuro" delle Province il presidente dell'Upi, Unione province italiane, Antonio Saitta che ha definito "autoritarismo" l'impostazione del Decreto legge Delrio e il segretario delle Province piemontesi, Marco Orlando che ha spiegato le nuove finalità e la diversa governance
Consiglio provinciale aperto nel quale sono intervenuti sul "futuro" delle Province il presidente dell'Upi, Unione province italiane, Antonio Saitta che ha definito "autoritarismo" l'impostazione del Decreto legge Delrio e il segretario delle Province piemontesi, Marco Orlando che ha spiegato le nuove finalità e la diversa governance
PROVINCIA – Il Decreto legge Delrio sulle Province e sul loro futuro “privilegia solo i grandi comuni e non guarda invece a quella che è l’Altra Italia, quella dei piccoli comuni”. Con queste parole il presidente dell’Upi, Unione province italiane, Antonio Saitta, ha espresso tutto il proprio dissenso nella sala del Consiglio provinciale aperto, convocato lunedì 10 marzo. Una forma di “autoritarismo”, che secondo Saitta non farà altro che limitare le autonomie locali, “che non hanno senso così pensate, se non sono cioè accompagnate da un disegno più grande, da risorse e da competenze”. “Siamo già in una condizione dove le competenze non sono chiare, e con questo disegno di legge, la competenza precisa non c’è e tutto diventa solo più problematico”. Il riferimento è ai dipendenti, quindi ai lavoratori delle Province, ma anche ai servizi: “bisogna pensare ai servizi – ha esclamato il presidente Upi – perché le Province sono questo!”. Il quadro che viene presentato da Marco Orlando, segretario delle Province piemontesi è quello non di una “abolizione” di questi enti, ma una loro trasformazione in “nuove” Province, con un nuovo modo do intendere il sistema amministrativo italiano. “La vecchia configurazione delle Province non esisterà più e diverse saranno non solo le finalità ma anche la governance” ha spiegato Orlando. Intanto a partire dai livelli di governo, che prima erano tre ed erano legittimati dal voto popolare: Regione, Provincia, Comune. “Ora il livello sarà solo uno, ovvero quello dei Comuni. Quindi dei sindaci che non si occuperanno più solo di servizi comunali, ma dovranno spingere i propri interessi verso un territorio di Area vasta”. Insomma si punterà tutto sui sindaci, anche se secondo le “previsioni” questo non porterà nelle loro mani maggiore autonomia – che sarebbe invece necessario per un governo di vasta area. E senza contare la differente conformazione del Paese, con regioni che hanno una percentuale molto più alta di piccoli comuni, come il 98% del Piemonte.
Ma come si arriva a parlare di “autoritarismo” e di “sovra-rappresentazione” dei comuni più grandi, su quelli più piccoli? Perché gli organi di governo saranno sempre tre, ma con una configurazione diversa rispetto ad oggi: “il presidente provinciale avrà un accenno di potere esecutivo, esercitabile in forma monocratica, poiché non ci sarà più la giunta”. Il presidente della Provincia sarà eletto con sistema elettorale di secondo grado, potrà essere eletto solo tra i sindaci e il corpo elettorale sarà rappresentato da sindaci e consiglieri comunali. L’elezione è con sistema maggioritario di voto, ma “ponderato” (cioè quello usato ad esempio nelle assemblee delle società) sulla popolazione, cioè sulla consistenza demografica dei comuni che ne fanno parte e che partecipano all’elezione. La durata in carica del presidente è di 4 anni e sia questa figura che quella del secondo organo, il Consiglio provinciale, è completamente gratuita, senza alcuna retribuzione. Il Consiglio provinciale che avrà una forma di potere esecutivo e potrà sovrintendere a tutte le tipologie di atti, viene invece eletto con un sistema del tutto inedito: il voto di lista, plurinominale, non sarà dato alla lista, ma dovrà essere attribuito direttamente al candidato: da qui deriva una “rappresentatività dei piccoli comuni sempre più frammentaria”, considerando che i sindaci non avranno tutti lo stesso “potere”. C’è infatti un indice di “forza” in base alla popolazione del paese rappresentato, che porta ad avere una forbice di rappresentatività tra il grande comune e il piccolo di 30 volte superiore.

E su questo punto ad intervenire sono stati i due parlamentari del nostro territorio Federico Fornaro e Daniele Borioli: “Questa settimana sarà decisiva per il futuro delle Province e dei consigli comunali dei piccoli comuni. Domani il governo nella commissione affari costituzionali del Senato farà conoscere il suo orientamento, dovrebbe cioè decidere cosa fare” ha spiegato Fornaro. Secondo il quale due sono i punti ineludibili che ormai non si potranno più cambiare: “no alle elezioni dirette il 25 maggio e no ad un’altra forma di sistema di elezione, ovvero resta sicura l’elezione di secondo grado”. Sul resto invece si può ancora lavorare ed è quello che stanno cercando di fare i due parlamentari attraverso la presentazione di emendamenti, che vadano a “tutela dei dipendenti, dei servizi, ma anche che aumentino da 6 a 10 il numero dei consiglieri nei comuni fino a 3.000 abitanti e che ripristino la giunta nei comuni sotto i 1.000 abitanti”. Il relatore al Senato ha poi presentato un emendamento per il terzo mandato per i sindaci dei comuni fino a 3.000 abitanti. “Stiamo cercando di fare un lavoro che limiti il danno – è intervenuto Daniele Borioli – A livello personale, come mi ero già espresso, ritengo questa riforma un grande errore”. Ma ora ciò che è necessario fare è riuscire ad ottenere delle “modifiche” che vadano nella direzione di “evitare i commissariamenti, congelare gli attuali organi così da poter andare avanti fino a nuove elezioni della governance, ma non prima di aver consolidato quelle che sono le funzioni di queste nuove province all’inteno del Titolo V”. Questo è secondo Borioli l’apertura del nuovo presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

A tirare le conclusioni è stato il presidente di Palazzo Ghilini, Paolo Filippi: “è difficile fare interventi in un dibattito che ha i numeri falsati. Si vuole fare una vera riforma? O una finta? Il rischio in questo caso è che ad aumentare siano solo i costi dei servizi. Mentre nella gestione degli stessi un taglio e una forte diminuzione della spesa c’è stato!”. Con tre manovre, a partire dal Governo Monti – ha ricordato Filippi – il risultato è stato solo “lasciare sempre senza risorse gli enti provinciali”. E secondo il presidente non è valida nemmeno la scelta dell’elezione di secondo grado: “non ci sarà così nessuna autorità politica. Nemmeno per i sindaci dei capoluoghi di provincia”.