Lunedì 19 Aprile 2021

L’intervista

Lombroso e Alessandria: il prof. Mazzarello racconta il suo ultimo libro

Lo storico della Medicina: “Pandemia? In pochi mesi progressi straordinari”

Lombroso e Alessandria: il prof. Mazzarello racconta il suo ultimo libro

Professor Paolo Mazzarello

Originario di Mornese, Paolo Mazzarello è professore ordinario di Storia della Medicina all'Università di Pavia e presidente del Sistema Museale di Ateneo.

Con il corposo volume dedicato al premio Nobel Camillo Golgi, tradotto in inglese dalla Oxford University Press (due edizioni), ha iniziato la sua carriera di scrittore e saggista che vanta ormai molti titoli di argomento medico e non, con un’attenzione particolare per le biografie.

Biografico è anche il suo ultimo libro. O meglio: una doppia biografia scritta a quattro mani con la filologa Maria Antonietta Grignani: “Ombre nella mente. Lombroso e lo Scapigliato” (Bollati Boringhieri, 2020) narra le vicende, a volte un po’ paradossali e “scapigliate”, del rapporto che unì Cesare Lombroso e Carlo Dossi.

Paolo un volume scritto a quattro mani, in collaborazione tra l’altro con una studiosa che si occupa di temi abbastanza diversi dai tuoi….
Sì Maria Antonietta Grignani è studiosa illustre della linguistica italiana - tra l’altro curatrice dei romanzi nelle Opere di Beppe Fenoglio - e ha diretto il Centro Manoscritti di Pavia, fondato dalla sua maestra Maria Corti. Partivamo da mondi lontani ma abbiamo trovato un perfetto terreno di coesione nell’analizzare i rapporti fra Cesare Lombroso, considerato il fondatore dell’antropologia criminale, e uno degli scrittori più significativi della scapigliatura, Carlo Dossi. Il lavoro è fluito naturalmente e spontaneamente è stata una bella esperienza, una collaborazione che ha funzionato perfettamente. Ogni capitolo è stato scritto da entrambi, con continue addizioni a intarsio e correzioni in corso d’opera. Non penso che alla fine si veda la mano dell’uno o dell’altro, il lavoro è nato veramente da un’integrazione perfetta di punti di vista e competenze diverse che hanno sempre trovato l’accordo e l’intesa, senza nessuna tensione o contestazione, come invece capita spesso in lavori di questo tipo. Per me un’esperienza nuova e molto positiva.

Lombroso è una figura davvero singolare. Medico le cui teorie sono state nel tempo irrimediabilmente confutate ma ancora molto noto. Non a tutti capita di essere all’origine di un neologismo che sopravvive nel tempo e nel senso comune collettivo e di essere ricordato ben al di là dei propri meriti. A cosa si deve questo “successo”?
C’è in Lombroso qualcosa che attira continuamente nonostante l’assurdità di molte delle sue convinzioni: è stato un autentico fenomeno culturale che non si è concluso alla sua epoca. Vi è in effetti un costante ritorno di Lombroso, per le citazioni ai suoi scritti e le nuove edizioni dei suoi libri nelle lingue del mondo. Per esempio negli ultimi anni hanno ripubblicato in lingua inglese “L’uomo delinquente” e “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”.

Una delle ragioni che attira il lettore è l’aspetto romanzesco delle sue narrazioni, il soffermarsi su particolari orripilanti, il ricorso che fa, spesso a sproposito, alle scienze umane e sociali - antropologia, linguistica, letteratura – oltre, naturalmente, all’anatomia, alla fisiologia, alla medicina. Questa capacità che aveva di combinare in un racconto unico, quasi in una sorta di “ars combinatoria”, gli elementi più disparati, traendone racconti singolari. Forse parte dell’attrazione dei lettori attuali per i romanzi horror, polizieschi a tinte splatter o a sfondo medico-legale, è la stessa che mantiene l’interesse verso Lombroso.

Uno dei temi centrali del libro è la visione di quelli che oggi chiameremmo marginali. Destinato a una possibile redenzione per Dossi, senza possibile futuro perché prigionieri del loro destino “naturale” per Lombroso. Poi qualcosa cambierà, e lasciamo ai lettori scoprirlo.
Resta l’importanza del tema, destinato a ripresentarsi con frequente regolarità nella società contemporanea…
Sì, Lombroso e Dossi partono da due prospettive diverse, quasi opposte. Lombroso è convinto da subito che il comportamento umano - e quello aberrante in particolare - sia totalmente determinato dalla biologia, talché i caratteri somatici correlano perfettamente con il comportamento. Un’idea che è diventata un topos antropologico. Tuttora si dice “aspetto lombrosiano” a voler indicare un poco di buono, oppure viene talvolta usato l’avverbio “lombrosianamente” (lo fa anche Iosif Brodskij in “Fuga da Bisanzio”).

Dossi pubblica nel 1874 un romanzo, “La colonia felice” in cui immagina un insediamento di delinquenti che, confinati in un’isola deserta, giungono spontaneamente alla redenzione, i criminali diventano naturalmente soggetti rispettabili. Dunque un testo agli antipodi delle idee di Lombroso. Ma tutto cambia nella mente dello scapigliato quando gli giunge fra le mani “L’uomo delinquente” del 1876, un’opera che lo impressiona, al punto da indurlo a ripudiare le idee de “La colonia felice”. Di lì nasce una storia che evolve, con registri singolari e spassosi fino al singolare esito finale che lasciamo scoprire al lettore.

Il libro non è una vera e propria biografia di Cesare Lombroso, ma si concentra su un aspetto particolare della sua esperienza di ricerca. Tuttavia anche da questa angolazione particolare non mancano le novità riguardo alla sua vita, come ad esempio il tema legato all’uso di stupefacenti…
Penso che vi siano novità biografiche, anche molto curiose. Così dalla corrispondenza inedita che abbiamo potuto esaminare, grazie al Museo Lombroso di Torino, emerge l’abuso di foglie di coca utilizzate anche dall’amico Paolo Mantegazza che ne favoriva la vendita dal farmacista Faruffini di Pavia. E poi le origini della teoria lombrosiana “dell’atavismo”, l’idea cioè che i delinquenti fossero esseri non pienamente umani, perché regrediti sulla scala evolutiva a fasi precoci dello sviluppo filogenetico. Per lo psichiatra erano belve impazzite gettate nella rispettabile società di fine Ottocento.

Siamo rimasti sorpresi di trovare che quest’idea sorge nella mente di Lombroso già nel 1862 durante la partecipazione, come medico militare, alla campagna di repressione del banditismo in Calabria. Ispirato dalla teoria dell’evoluzione di Darwin, lo psichiatra osserva l’aspetto “degenerato” dei cani calabresi (i cani non venivano particolarmente curati nelle campagne e si preferiva nutrire gli animali, come i maiali e le mucche, da cui ricavare carne e forza lavoro) che gli fa sorgere l’idea della regressione nella scala evolutiva.

Un altro aspetto credo poco conosciuto della biografia di Lombroso è legato alla città di Alessandria, diciamo così “per via di moglie”!
Certo. Lombroso sposa l’alessandrina Nina De Benedetti nella sinagoga di Alessandria, una donna che gli darà cinque figli e lo aiuterà organizzandogli la vita concreta, così come faranno poi le figlie Paola e Gina. Queste ultime si occuperanno, in particolare, dell’assistenza nella redazione dei suoi testi e saranno impegnate nella correzione delle bozze dei suoi innumerevoli scritti.


Non è possibile chiudere una conversazione con uno storico della medicina senza un cenno alla situazione attuale. Un interrogativo, più che una domanda: non sarebbe utile trovare il modo di fornire, anche a livello scolastico, una miglior conoscenza della storia della medicina e delle malattie?
Tema importante. Nei manuali di storia raramente si trovano riferimenti adeguati e dettagliati ai fattori sanitari e medici che hanno determinato le curvature della storia. Quanto emerge è, spesso, solo la punta dell’iceberg, le battaglie, i trattati, i matrimoni reali, le successioni al potere. Ma spesso i fatti della storia sono stati determinati dalle malattie, per esempio dal vaiolo che ha sconvolto le successioni dinastiche, o ancora di più dalle epidemie che hanno ferocemente distrutto intere comunità lasciando ad altre un vantaggio selettivo nel gioco della vita. Nella grande peste del Trecento, quella del “Decamerone” di Boccaccio ci furono intere famiglie spazzate vie, e i loro beni furono poi ereditati da pochi individui che si trovarono in mano capitali destinati probabilmente a favorire la successiva ripresa economica tardo medievale. O ancora il rapporto fra guerre ed epidemie, lampante l’esempio della Grande Guerra con la “spagnola”, o della sifilide esplosa dopo la calata nella penisola italiana dell’esercito di Carlo VIII di Francia. Forse sarebbe possibile riscrivere, in parte, la storia universale dal punto di vista delle dinamiche sanitarie.

La storia della medicina potrebbe anche costituire uno straordinario strumento di educazione sanitaria, anche per non venire colti di sorpresa, un imperativo educativo della cui importanza ci stiamo tutti rendendo conto quotidianamente in questo drammatico periodo della storia umana.

Come medico e come storico della medicina: cosa ci aspetta nelle prossime settimane e nei prossimi mesi?
Difficile dare una risposta di certezza. Le prospettive aperte dalla messa a punto dei nuovi vaccini, sembrano più che promettenti e, direi, decisamente rassicuranti. In pochi mesi si sono fatti progressi straordinari grazie a forti investimenti. I dati che emergono parlano di risultati positivi di grado elevato. Ma un conto è il progresso scientifico, un altro è l'organizzazione sanitaria che deve renderlo disponibile a beneficio di tutti. Qui, dati i ritardi cronici della nostra burocrazia e nonostante l'eccellenza clinico-scientifica dei medici e degli ospedali italiani (purtroppo quest'ultima a macchia di leopardo sul territorio nazionale) vedo i possibili problemi nel prossimo futuro. 

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