Domenica 21 Luglio 2019

Cantina di montagna al capolinea: fallito anche l'ultimo salvataggio

E’ fallito il tentativo di individuare un possibile compratore per rilanciare l’attività, ferma dal 2018. Sarebbe stata impresa davvero ardua partendo da uno scenario fatto di 440 mila euro di perdite certificate.

Cantina di montagna al capolinea: fallito anche l'ultimo salvataggio

LERMA - Non è andato a buon fine nemmeno l'ultimo tentativo di salvataggio per la Cantina di montagna, l'ente inaugurato nel 2002 lungo la strada fra Lerma e Casaleggio su cui è stata scritta la parola "fine". Un epilogo quasi scontato, visto che l'attività era ferma già dal 2018. La volontà dell'ormai ex Comunità Montana, proprietaria del 63% delle quote, e dei comuni di Lerma, Tagliolo, Casaleggio, Carrosio, Bosio e Fraconalto, si è scontrata con problemi di vario tipo, fra cui la velleitaria idea di promuovere il rilancio del vitigno Albarossa. Ancora oggi c’è chi attende decine di migliaia di euro. Nel 2017 il decadimento del cda come diretta conseguenza dei dettami della legge Madia che ha imposto lo stop alle società pubbliche che non svolgono attività di rilievo istituzionale.

L’edificio è nel frattempo passato dalla Comunità montana, ente a sua volta cancellato per legge, all’Unione montana Dal Tobbio al Colma. Sono stati nominati tre liquidatori, nelle persone di Franco Ravera, sindaco di Belforte, Stefano Persano (Bosio) e Giorgio Marenco (Tagliolo). E’ fallito il tentativo di individuare un possibile compratore per rilanciare l’attività. E d’altronde sarebbe stata impresa davvero difficile partendo da uno scenario fatto di 440 mila euro di perdite certificate e di altri 425 mila euro di debiti contratti in particolare con produttori e banche. Tra il 2016 e il 2017 il ricavo era sceso da 170 mila a 74 mila euro. La stessa legge Madia impedisce agli enti pubblici di ripianare i debiti. Essendo una srl, non ci saranno conseguenze per le casse degli enti soci. Fumata bianca invece per i due dipendenti che per molto tempo hanno visto il loro posto di lavoro a forte rischio: sono stati assunti dalle Aree protette dell’Appennino Piemontese.

 

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