Giovedì 09 Luglio 2020

Recensione

"Sorry We Missed You": la quotidianità disperata ai tempi del precariato

Un concentrato del Loach dell’ultimo decennio, una capacità rappresentativa inalterata e un’adesione ancora più ferma e appassionata alle miserie e sofferenze dei propri personaggi, realistico specchio di una società impietosa

"Sorry We Missed You": la quotidianità disperata ai tempi del precariato

CINEMA -  «Non lavori per noi, ma lavori con noi. Non vieni assunto, ma vieni integrato». Un’espressione lapidaria, quella del nuovo film del regista britannico 83enne Ken Loach, che ne sintetizza con la massima efficacia non solo il tema portante ma anche l’acuta e urgente critica sociale.

Un’urgenza e un assillo che continuano a tormentare mente e cuore di Loach, mai domo di fronte a qualsivoglia forma di diseguaglianza che flagelli la vecchia Europa (e - nell’epoca della globalizzazione - anche il resto del mondo), che lui continua indefesso a raccontare sin dagli esordi della sua carriera cinematografica.

Da Riff Raff (1991) e Piovono pietre (1993), passando attraverso Ladybird Ladybird (1994), per arrivare a Io, Daniel Blake (vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 2016) e a quest’ultimo Sorry We Missed You, l’attenzione e l’impegno da attivista per i diritti civili del regista si trasformano in storie dove ad assurgere al ruolo di protagonisti (di frequente - per assecondare la vocazione neorealista di Loach - interpretate da attori poco conosciuti o addirittura da persone comuni) sono i più deboli, le fasce indifese e fragili di una società sempre meno vivibile e a misura d’uomo.

In Sorry We Missed You il nucleo nevralgico è incarnato da Ricky Turner (Kris Hitchen), che ha deciso, fra molti e pesanti sacrifici, di comprarsi un furgone e lavorare in proprio come corriere, e dalla sua famiglia: la moglie Abbie (Debbie Honeywood), infermiera a domicilio, e i due figli adolescenti Seb (Rhys Stone) e Liza (Katie Proctor).

È qui, dentro e fuori le pareti domestiche, che inizia la distillata discesa all’inferno di Ricky e dei suoi: con quel lavoro solo apparentemente autonomo, solo esteriormente simbolo del moderno e funzionale approccio ai ritmi lavorativi del post-globalizzazione. La presunta fine della dipendenza padronale, la collaborazione tra azienda e lavoratore, come in una sorta di neo-imprenditorialità condivisa (ben rappresentata, emblematicamente, dal titolo, quel riferimento all’avviso che viene lasciato ai clienti che è impossibile raggiungere): una schiera di falsi miti, di cui Ricky fa le spese, dolorosamente, sulla propria pelle e su quella dei propri cari.

La quotidianità dei due genitori e dei loro figli diventa, così, nel ventisettesimo film di Loach (ancora una volta ambientato, come il precedente, nella Newcastle operaia, sulla base dell’ottima sceneggiatura di Paul Laverty), un saggio orrorifico di cinéma vérité, in cui i personaggi corrono e vengono sbalzati via gli uni dagli altri a causa degli inderogabili e perversi ritmi lavorativi: Ricky, strangolato dall’impellenza delle consegne, non ha tempo neppure per i propri bisogni fisiologici, Diane trascorre ore alla fermata dell’autobus, fornendo istruzioni telefoniche su come gestire le incombenze domestiche alla figlia undicenne, mentre il figlio maggiore, diciannovenne, entra in piena crisi di ribellione verso l’autorità paterna e la famiglia si disgrega.

In questo girone infernale da cui è impossibile uscire perché frutto dell’involuzione malata del sistema, gli attimi tranquilli o sereni, in cui ritrovare l’identità personale e familiare sono rari e, sotto questo profilo, commoventi, per la consapevolezza che suscitano nello spettatore di ciò che noi tutti, in misura più o meno grande, stiamo perdendo o a cui abbiamo rinunciato per un obiettivo di benessere illusorio.

Sorry We Missed You è un concentrato del Loach dell’ultimo decennio (coadiuvato da un cast credibile e convincente): nulla di nuovo, se non - dal punto di vista tematico - l’adeguamento alle problematiche derivanti dai nuovi metodi di sfruttamento del lavoro, ma con una capacità rappresentativa inalterata e un’adesione ancora più ferma e appassionata alle miserie e sofferenze dei propri personaggi, realistico specchio di una società impietosa, votata all’homo homini lupus e alla distruzione irreversibile delle risorse.

«Spero che il film comunichi la sensazione che tutto questo è qualcosa di intollerabile, qualcosa che non possiamo sopportare», ha dichiarato Loach nel corso della conferenza stampa di presentazione del film, avvenuta al cinema Quattro Fontane di Roma lo scorso dicembre. «Sono le esigenze delle grandi imprese a far sì che le cose possano essere così, e il manager del deposito lo spiega nel corso del film. C'è concorrenza tra questo deposito e tutti gli altri depositi, e il lavoro verrà dato a chi è più veloce, più economico e più affidabile. Il costo di tutto questo è una classe operaia che è sfruttata oltre ogni limite. Sappiamo che il capo di Amazon è l'uomo più ricco al mondo. E questa diseguaglianza così marcata è qualcosa che non si può sopportare. Non è solo la diseguaglianza, è la distruzione del pianeta. Ciascuno di quei furgoni non fa che bruciare combustibili fossili. Ogni pacchetto viene trasportato da un furgone che brucia benzina. E questo colpirà i figli dei borghesi tanto quanto colpirà quello dei figli della working class».

Sorry We Missed You

Regia: Ken Loach
Origine: Gran Bretagna, 2019, 101’
Sceneggiatura: Paul Laverty
Fotografia: Robbie Ryan
Montaggio: Jonathan Morris
Musica: George Fenton

Cast: Katie Proctor, Debbie Honeywood, Kris Hitchen, Rhys Stone

Produzione: Rebecca O'Brien
Distribuzione: Lucky Red

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